Sulla caduta dei valori e della morte di Dio

Giovanni Battista Bugatti, per gli amici “Mastro Titta”, è stato un boia italiano al servizio dello Stato Pontificio.

Conosciuto con l’amichevole appellativo de “Er boja de Roma”, cominciò la sua carriera di giustiziere a soli 17 anni, indossando un mantello scarlatto ancora oggi conservato al Museo Criminologico di Roma.

Mastro Titta, in virtù del mestiere praticato, era detestato dai romani e viveva in una specie di domicilio forzato all’interno della cinta vaticana, sulla riva destra del Tevere, al numero 2 di vicolo del Campanile. 

Gli era addirittura vietato, per prudenza, recarsi nel centro della città, dall’altro lato del Tevere, da cui deriva il proverbio romano “Boia nun passa ponte”, a significare “ciascuno se ne stia al proprio posto”. 

Dai suoi stessi appunti, romanzati da Ernesto Mezzabotta, Titta descrive i suoi inizi: “Esordii nella mia carriera di giustiziere di Sua Santità, impiccando e squartando a Foligno Nicola Gentilucci, un giovinotto che, tratto dalla gelosia, aveva ucciso prima un prete e il suo cocchiere, poi, costretto a buttarsi alla macchia, grassato [rapinato, ndr] due frati.” (Ernesto Mezzabotta, “Memorie di un carnefice”, 1891 Edizioni Pierini).

Al termine di 68 anni di onorato servizio, “Er boja de Roma” annoterà sul suo taccuino ben 514 esecuzioni, attentamente divise per nome, cognome, tipologia, età, caratteristiche. Il tutto sotto la teocratica Santa Romana Chiesa guidata da Papa Pio IX, nato Giovanni Maria Battista Pietro Pellegrino Isidoro Mastai-Ferretti, il Pontefice più longevo della storia pontificia e fondatore tra le tante cose de “L’Osservatore Romano”. 

Il pontefice concederà un vitalizio mensile di 30 scudi al giustiziere, in riconoscenza dell’ottimo lavoro svolto.

La storia del giovane Mastro Titta ricorda a tratti quella di Vladimir Putin, talento precoce che a 16 anni si presentò davanti all’uscio del KGB per rincorrere una carriera come soppressore dei diritti umani, in qualità di agente segreto prima e di Presidente della Russia poi. Il tutto con il patrocinio dal Patriarca Kirill che, in modo non dissimile dalla teocrazia di Pio IX, difende tutt’oggi l’assassinio “per volontà del Signore”.

E se le attività di Mastro Titta potrebbero sembrare manifestazione di un periodo contemporaneo al Medioevo, no, le esecuzioni di Titta avvenivano poco più di 150 anni fa. 

Parte della missione della Fondazione Alessio Beltrami è quella dell’approfondimento, dello studio e della divulgazione culturale. Specie quando nell’attuale contesto si diffonde quel virus chiamato “cancel culture”, di cui alcune scuole di pensiero si fanno ambasciatrici in nome del “politicamente corretto”. 

(Vietare Mary Poppins di Walt Disney ai minori di 12 anni perché si usa il termine “Ottentotti”, revisionare la storia per renderla più edulcorata, provvedere alla censura dei testi letterari di Shakespeare o dei classici perché troppo “offensivi”).

E se la storia può essere tagliata, squoiata e seviziata al pari dell’esecuzioni di un boia, sotto il paravento del “politicamente corretto”, ebbene dichiariamo da oggi che la nostra missione è invece quella opposta: la ricucitura del corretto passato in nome della divulgazione storica, del ripristino del ricordo, alla preservazione dei contesti storici, anche se offendono. È missione della Fondazione Alessio Beltrami creare una “restore culture” che possa ripristinare il buon senso e salvarci dall’idiozia.

E questa Lettera del Presidente vuole finire con un’istantanea sintetica del 1800, con l’aiuto delle parole di Umberto Eco: 

“Il secolo inizia con gli entusiasmi del romanticismo e si reclina sulle nostalgie del decadentismo. 

S’inebria di molte utopie, nutre orgogli titanici, celebra le virtù dello Spirito come quelle della Materia, della Filosofia e della Scienza, concepisce sinfonie eroiche, ma giunge alla propria fine nutrendo la malinconica idea che tutto sia già stato scritto. 

Così lo stesso secolo che ci ha consegnato l’idea del Progresso e del cammino inarrestabile della Storia ci ha parimenti consegnato quella dello sfinimento, della caduta dei valori e della morte di Dio, che all’inizio aveva avuto la superbia di voler creare. 

Sulle illusioni del Progresso il secolo riflette, interrogandosi con Leopardi sulle “magnifiche sorti e progressive”.

Abbacinato dai grandi racconti dell’idealismo, si ritira talvolta a contemplare la finitudine dell’essere umano e consegna al nostro secolo la prima affermazione dell’esistenzialismo. 

Scrittori inquieti e curiosi scoprono i paradisi artificiali della droga.

L’Ottocento, con le sue infinite contraddizioni, ci è troppo vicino, come un padre imbarazzante e autoritario, non riconosciamo ciò che ci ha regalato e ancora usiamo, ne ripudiamo l’ipocrisia, le gonne lunghe e i piegabaffi, ma anche ciò che oggi sentiamo come ottocentescamente sorpassato allora era novità, invenzione, ardimento, provocazione. Nell’universo della scoperta ci muoviamo ancora secondo i programmi scientifici disegnati dall’Ottocento, anche quando li contestiamo; nell’area del sogno, seguiamo sui nostri teleschermi vicende di violenza e amore, passione e morte di cui l’arte ottocentesca ci ha fornito il programma narrativo.”

Umberto Eco (“Il 1800” – Historia – 2011 Federico Motta Editore)

Dono, Sono.
Nicola Ferrando
Presidente Comitato 
Fondazione Alessio Beltrami

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